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C4SS in English-Language Media, July 2014

In July, I made a total of 36,470 submission of C4SS English-language op-eds to more than 2,600 publications around the globe.  So far I have identified 54 reprints of that content as well as one prominent institutional citation of a Center writer (Kevin Carson, mentioned and quoted in a Pew Research Internet Center piece on “Net Threats”).

A few pickup highlights:

To date, we’ve identified 1,688 pickups of Center content in “establishment” or “popular” media. Onward to 2,000 (with your continued support)!

Yours in liberty,
Tom Knapp
Senior News Analyst and English-Language Media Coordinator
Center for a Stateless Society

 

Dov’è la Amargosa di Eric Garner?

Nella città brasiliana di Amargosa, i cittadini sono scesi in strada dopo che un proiettile vagante sparato da un poliziotto ha colpito e ucciso una bambina di un anno. La folla si è diretta immediatamente verso la stazione di polizia, ha liberato le persone che erano rinchiuse, ha preso le armi di proprietà dello stato e ha ridotto in cenere l’edificio e due mezzi di servizio.

Nessuno è stato ferito. Il messaggio è stato: Non siamo disposti più ad accettare i “danni collaterali” delle vostre istituzioni. Le attacchiamo, le bruciamo, e prendiamo le armi della polizia per il nostro uso. Alla fine, la “rivolta” è stata soffocata da forze di polizia di un comando vicino. Ma nella Battaglia di Amargosa del Sedici Luglio 2014 a vincere sono stati i cittadini. E che ne è stato degli agenti più esposti alla rabbia di questi individui inferociti? Da codardi quali sono, si sono rifugiati in un albergo vicino. Prendete nota.

Il giorno dopo, in tutt’altra città, in tutt’altro paese, Eric Garner stava sputando il suo ultimo respiro mentre un gruppo di membri di una banda cittadina con i colori del Dipartimento di Polizia di New York si era ammassato su di lui. Garner aveva appena dissolto una piccola zuffa a cui la polizia aveva risposto con riluttanza.

Il suo crimine? Garner era un noto venditore di articoli di contrabbando, meglio conosciuti come sigarette sciolte. Senza alcuna prova del fatto che stesse vendendo, o anche che avesse con sé, questi articoli, dopo un breve diverbio Garner è stato immobilizzato a terra e pestato da diversi membri della banda di poliziotti. Le sue ultime parole? Le parole che un innocente padre di famiglia ha rivolto a questi “agenti di pace”? “Non riesco a respirare. Non riesco a respirare. Non riesco a respirare.”

Quel giorno non ci sono state rivolte. I passanti hanno obbedito al loro istinto di conservazione e hanno voltato la faccia altrove. Nessuna protesta, nessun dissenso. Solo un altro nero morto sulle strade di New York… solo che stavolta c’è un video. Con la forza di queste immagini, di Garner che urla pietà per l’ultima volta, gli americani che attribuiscono valore all’indipendenza sono riusciti a raccogliere indignazione su internet. Ho sentito dire che anche Al Sharpton è coinvolto. Al momento, Daniel Pantaleo, l’agente che ha dato il via al soffocamento, è stato privato dell’arma e condannato al duro lavoro della scrivania. A pochi chilometri di distanza, intanto, una madre e sei figli convivono con la tristezza, l’orrore e lo smarrimento per aver perso il loro marito e padre.

Eric Garner è morto e questo non cambierà nulla. Al massimo adotteranno una politica che scoraggia i soffocamenti (e ovviamente non sarà rispettata). Domani, o la settimana prossima, ci sarà un altro Eric Garner. Ci sarà perché esiste ancora un comando di polizia che non è stato raso al suolo.

Qualcuno potrebbe obiettare che le situazioni sono diverse. Il comando di polizia di Amargosa ha quattro agenti di pattuglia, e quello di New York migliaia. Le armi dei poliziotti di Amargosa sono semplici, quelle di New York di tipo militare. Certo il modo migliore per ricordare Eric Garner è un cambiamento delle politiche a fuoco lento, la formazione di un movimento di massa che rifiuti la collaborazione con la polizia, il che significa una reazione tutt’altro che immediata e diretta.

Potrei dire, concordando disperatamente con voi, che qualunque idea di combattere il dipartimento di polizia di New York è condannata dall’inizio. Non lasciatevi imbrogliare dalle apparenze, però: in queste cose, essere radicali significa incoraggiare uno spirito di ribellione come quello di Amargosa. Violenza e conflitto cono inevitabili a livello di individuo, comunità, città e nazione. Non ci sarà un vero movimento contro la polizia finché non saremo pronti a rivendicare il valore della vita dei nostri cari al di sopra delle pretese dei poliziotti, che ogni giorno tramano per opprimervi e trattarvi come nemici predefiniti.

È ora di trattare la polizia con la stessa ostilità con cui loro trattano noi; e anche peggio! È ora di metterli a tacere. È sempre ora di far terminare la loro tirannia; e con tutti i mezzi necessari. La popolazione di Amargosa l’ha capito. Può darsi che abbiano affrontato un dipartimento di assassini in uniforme meno temibile, ma rischiavano comunque la morte e la prigione, e hanno scelto di agire invece di scrivere lettere indignate. C’è voluta la comunità, la rabbia, l’indifferenza per la sicurezza, per la dignità degli agenti di polizia come eguali. Loro non sono eguali. È sempre più chiaro che i moderni dipartimenti di polizia in America e in tutto il mondo sono forze d’occupazione, che violano le comunità con la forza dei proiettili e dei distintivi. È ora di ridurli in cenere, prendere le loro armi e liberare le persone che hanno imprigionato. Non fatelo solo per Eric Gardner. Fatelo per voi stessi.

Traduzione di Enrico Sanna

Relatório da Coordenação de Mídias em Português: Junho de 2014

Julho foi um mês atípico para as atividades do C4SS em português porque combinou a histeria paralisante da Copa do Mundo com alguns problemas pessoais que impediram que tivéssemos uma atuação mais incisiva.

Mesmo assim, conseguimos publicar 11 traduções para o português. Não pude pegar o número de republicações neste mês, mas garanto que terei as estatísticas deste mês e do seguinte no próximo relatório. Nossa página do Facebook ganhou 33 curtidas (saltando de 1186 para 1219) e nosso Twitter ganhou mais 5 seguidores (de 61 para 66). Ainda temos encomendadas as resenhas do livro The New Brazil de Raúl Zibechi (lançado em português com o nome Brasil potência — spoiler: é fantástico) e Hierarquia de Augusto de Franco. A tradução de Iron Fist de Kevin Carson continua em andamento, apesar de todos os atrasos.

Em agosto, vamos voltar à atuação que você já veio a esperar de nossa embaixada em português. Novos projetos estão sendo tocados e mais gente está se juntando ao C4SS no Brasil.

Ajude você também nessa luta! Por liberdade e anarquia!

Erick Vasconcelos
Coordenador de Mídias
Centro por uma Sociedade Sem Estado

Portuguese Media Coordinator Update: July 2014

July was atypical for C4SS in Portuguese because it combined the paralyzing hysteria of the World Cup with some of my own personal problems which prevented us from having more incisive activities.

Still, we managed to publish 11 translations to Portuguese. I wasn’t able to ascertain how many pickups we’ve had this month, but I guarantee I’ll have both this and next month’s numbers for my next report. Our Portuguese fanpage got 33 new likes (going from 1186 to 1219) and our Twitter profile got 5 new followers (61 to 66). We still have Raúl Zibechi’s The New Brazil review (spoiler alert: it’s fantastic) and Augusto de Franco’s Hierarchy forthcoming. Kevin Carson’s Iron Fist is still making it’s way to Portuguese, despite all delays.

In August we’ll revert back to the activities you’ve come to expect from our Portuguese embassy. New projects are going forward and more people are joining us in Brazil.

You can help us in this fight! For freedom and anarchy!

Erick Vasconcelos
Media Coordinator
Center for a Stateless Society

Missing Comma: Readers Respond to Comment Policy Question

A week ago, we put a call out on Twitter and Facebook, as well as here at the blog, to gauge reactions to a prospective comment policy change that included “safe spaces” language. A couple of prominent figures, as well as ordinary readers, took the time to respond.

On Facebook, Sharon Presley from the Association of Libertarian Feminists said, “IMO Hell no. You would waste your time and mine with trolls and asshats. You have no obligation to give them spit. They are like vampires–sucking the life out of you for their own kicks.”

Angela Keaton, on Twitter, offered to “make fun of racists[...] for free.”

Another Twitter user, TaylorSwiftForeva, thought that the potential policy was simply about “protecing your feelz,” as they put it, and was intellectually dishonest.

Brendan Long, in the article’s comment thread, said:

It seems like a good idea to create a policy before you need it, since you’re more likely to come up with a reasonable general-purpose policy when you’re not looking at a particular comment you want to remove. Of course, you should update the policy as needed too.

I followed the link you gave to a safe spaces policy, and I’d argue the one in the link would be unhelpful on a political website like this one. Particularly, I think having an explicit policy that everyone in the comments needs to agree with us is dangerous.

It seems like a good start would just be to ban obvious trolling: Anything that contains racial slurs, rape threats, ad hominem attacks, etc. That would still leave plenty of room for people to criticize you in a respectful way, but won’t force you to leave the trash of the internet in your comments.

Ashley McCray, a doctoral student of History of Science, had this to say on Facebook:

I think it’s useful to reserve a space wherein individuals who suffer from oppression feel comfortable offering their perspectives and providing their input. I know as an individual who chills at the intersections of all sorts of oppression and stereotypes, I often have difficulty finding places like that. Of course, I’ve grown to become pretty brazen because that’s just my personality, but I have had to go to extra lengths so many times in order to carve out a space to accommodate my many identities and there have been times that I have been silenced because I know that I don’t have allies in certain settings. So I’d say yes, watching out for hateful comments that might turn away folks like me who are eager to share their experiences as an oppressed individual is extremely useful. First it ensures that more folks like me are willing and comfortable engaging with the topics you present AND second, hate speech doesn’t really do much to move any conversation forward (and is obvs offensive to the oppressed/silenced ind and their allies). This is my two cents!

A lot of the same concerns on both sides of the debate we here at C4SS have been having managed to come out in the wash during this public survey, but let’s keep the debate going! Let us know what you think of a potential comment policy change. Once again, you can tweet us @missingcomma or @c4ssdotorg, or let us know what you think with the hashtag #c4sscomments.

Informe del coordinador de medios hispanos, julio 2014

Durante el mes de julio traduje un ensayo de Kevin Carson que tiene todo el potencial de convertirse en otra referencia básica del libertarismo de izquierda. En “¿Qué es el libertarismo de izquierda?” Kevin hace un recorrido teórico e histórico que pone en perspectiva y aclara lo que ya es una tendencia ideológica bastante consolidada dentro del movimiento libertario más amplio. Creo que cualquiera que haya seguido la evolución del libertarismo de izquierda, y más concretamente, el trabajo de C4SS durante los últimos años, estará de acuerdo en que el ensayo quizá no hubiese podido escribirse en un momento más oportuno.

Como siempre, aprovecho para invitarte a hacer una donación: en C4SS dependemos exclusivamente de las contribuciones de nuestros lectores para mantener el trabajo por nuestra causa, por lo que tu contribución es sumamente valiosa para nosotros.

¡Salud y libertad!

Alan Furth

Spanish Media Coordinator Report, July 2014

During the month of July I translated yet another essay by Kevin Carson that has great potential to become a key reference of left-libertarianism. In “What is Left-Libertarianism?,” Kevin carries out a theoretical and historical review that gives a clear and wide perspective of what already is a fairly consolidated ideological trend within the wider libertarian movement. I am sure that anyone who has followed the evolution of left-libertarianism, and more concretely, of C4SS during the last few years, will agree that there couldn’t have been a better timing for the publication of the essay.

As always, I seize the opportunity to invite you to make a donation: at C4SS we depend exclusively on our readers’ contributions to sustain the work towards our cause, so your support is extremely valuable for us.

¡Salud y libertad!

Alan Furth

Markets Not Capitalism: A Review

Markets not Capitalism is a wonderfully compiled set of readings spanning 150 years of the market anarchist tradition. We must first commend Gary Chartier and Charles Johnson on their work in bringing all this great literature together and bundling it in a fantastic book for those interested in what market anarchism truly has to offer, as…

Continue reading at Center for a Stateless Society …

Borderlands: What’s Happening to America?

A man, an American citizen, sits in his car as a U.S. Border Patrol agent insists that he roll down his window. He refuses. Agents use battering rams to smash the windows. Still, the driver refuses to leave his car, so he is hit with a Taser from two sides. He screams.

It would be bad enough if this scene, captured on video and shown recently on John Stossel’s Fox News special “Policing America,” had happened right at a U.S. border. But it happened far from the border. The U.S. government regards a large part of the country as close enough to a border or coast to justify treating individuals — citizens or not — as though they have no rights whatsoever. People have been beaten and had their personal belongings seized — without warrant or charge — just because they resented being treated like criminals. This should alarm anyone who thinks America is the “land of the free.”

“Imagine the once thin borderline of the American past as an ever-thickening band, now extending 100 miles inland around the United States — along the 2,000-mile southern border, the 4,000-mile northern border, and both coasts — and you will be able to visualize how vast the CBP’s [Customs and Border Protection] jurisdiction has become,” writes Todd Miller, author of Border Patrol Nation: Dispatches from the Front Lines of Homeland Security, at TomDispatch.com. “This ‘border’ region now covers places where two-thirds of the U.S. population (197.4 million people) live.… The ‘border’ has by now devoured the full states of Maine and Florida and much of Michigan.”

The ACLU calls the expanded borderlands, in which two out of three Americans live, a “Constitution-free zone.” Specifically, the Fourth Amendment protection against unreasonable search and seizure appears to have been suspended.

This area is dotted with checkpoints at which anyone can be stopped, questioned, asked to exit his car, searched, and required to surrender personal belongings. Miller writes,

In these vast domains, Homeland Security authorities can institute roving patrols with broad, extra-constitutional powers backed by national security, immigration enforcement, and drug interdiction mandates. There, the Border Patrol can set up traffic checkpoints and fly surveillance drones overhead with high-powered cameras and radar that can track your movements. Within 25 miles of the international boundary, CBP agents can enter a person’s private property without a warrant. In these areas, the Homeland Security state is anything but abstract. On any given day, it can stand between you and the grocery store.

It doesn’t matter if you are an American citizen merely going about your business. If you live in a borderland, you can be stopped along an east-west route and have your daily routine interrupted. Yet, it should be pointed out, you are more likely to be harassed or arrested if you aren’t white.

The harassment has prompted people around Arivaca, Arizona, 25 miles from the Mexican border, to demand that a local checkpoint be removed. According to Miller, people

were fed up with the obligatory stop between their small town and the dentist or the nearest bookstore. They were tired of Homeland Security agents scrutinizing their children on their way to school. So they began to organize.

In late 2013, they demanded that the federal government remove the checkpoint. It was, they wrote in a petition, an ugly artifact of border militarization; it had, they added, a negative economic impact on residents and infringed on people’s constitutional rights. At the beginning of 2014, small groups from People Helping People in the Border Zone — the name of their organization — started monitoring the checkpoint several days a week.

Miller quotes James Lyall, an attorney with ACLU Arizona, as saying that “Border Patrol checkpoints and roving patrols are the physical world equivalent of the National Security Agency. They involve a massive dragnet and stopping and monitoring of innocent Americans without any suspicion of wrongdoing by increasingly abusive and unaccountable federal government agents.”

This intolerable condition should outrage every American. Have we been reduced to a society of scared children who would rather have government agents harassing us wherever we go than take our chances with freedom?

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This article was originally published at the Future of Freedom Foundation.

Facebook Outs Copyright Complainer at Students for Liberty

A libertarian student says that a Students for Liberty (SFL) national staff member used the copyright violation reporting system on Facebook to improperly take down a parody of the international libertarian student organization yesterday.

The post Facebook Outs Copyright Complainer at Students for Liberty appeared first on Arm your Mind for Liberty.

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Sì, Mr. Blair, ISIS È Roba Sua

Il mese scorso, con un tono che potrebbe essere definito da excusatio non petita, l’ex primo ministro britannico Tony Blair ha voluto rassicurare la popolazione dicendo che “noi” (il Regno Unito e gli Stati Uniti) “dobbiamo liberarci dell’idea che siamo stati noi a causare” la destabilizzazione dell’Iraq e l’emergere dell’Isis. Oh no, siete stati voi, invece.

Andiamo indietro nel tempo, alla conferenza di pace di Versailles alla fine della seconda guerra mondiale, quando la Gran Bretagna, con l’accordo delle altre potenze occidentali, riuscì ad ottenere in affidamento l’Iraq mettendo assieme tre ex province ottomane. Governare queste province (sunniti curdi, sunniti arabi e sciiti arabi) era impresa difficile quanto il governo di qualunque altro paese artificiale che le potenze imperiali europee avevano messo su in tutto il mondo. Inoltre aveva un grosso potenziale d’instabilità evidente fin dall’inizio.

Negli anni trenta, gli Stati Uniti appoggiarono l’unificazione della penisola araba sotto la dinastia saudita, la cui religione ufficiale era una forma sunnita ultra-fondamentalista conosciuta come wahhabismo (casualmente, anche i terroristi di al Qaeda responsabili dell’attentato dell’undici settembre erano wahhabiti).

Nel 1953, gli Stati Uniti diedero un impeto fenomenale al fondamentalismo politico islamico rovesciando il governo del primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq, un socialista democratico secolare, e restaurando il potere dello Scià. Questo diede origine ad una situazione in cui la forza principale d’opposizione all’autocrazia dello Scià era costituita dal clero fondamentalista. La situazione si risolse nel rovesciamento della monarchia e la sua sostituzione con un regime teocratico.

Nel frattempo, l’amministrazione Eisenhower si impegnò a sostegno di un altro movimento fondamentalista, la Fratellanza Islamica d’Egitto, come alternativa al modello nazionalista costituito dal socialismo secolare di Nasser.

Negli anni sessanta, inoltre, sempre gli Stati Uniti aiutarono il partito Baath nel suo colpo di stato contro il governo iracheno, cosa che portò al potere quello stesso regime contro cui l’America andò in guerra due volte.

Negli anni settanta, poi, gli Stati Uniti crearono le condizioni per l’ascesa di al Qaeda deliberatamente destabilizzando il regime clientelare sovietico in Afganistan, cosa che avvenne grazie agli aiuti forniti ai rivoltosi fondamentalisti, e che finì per provocare l’invasione sovietica e una sanguinosa guerra civile durata un decennio. Negli anni ottanta, tra i vari gruppi fondamentalisti che praticavano la guerriglia contro gli occupanti sovietici, gruppi fortemente armati e addestrati dagli Stati Uniti, emerse al Qaeda. Fu l’amministrazione Carter a destabilizzare l’Afganistan, e Reagan a gettare benzina sul fuoco: dare ai russi il loro Vietnam era un’occasione troppo ghiotta per essere lasciata andare.

Negli anni novanta gli Stati Uniti, forse ansiosi di fare una “splendida guerricciola” per dimostrare la necessità di mantenere le enormi forze “difensive” dopo la fine della guerra fredda, spinse praticamente Saddam ad invadere il Kuwait. L’ambasciatore americano April Glaspie rassicurò Saddam dicendogli che gli Stati Uniti non erano interessati a questioni minori come l’invasione di un paese arabo da parte di un altro paese arabo. Incoraggiato dagli Stati Uniti, intanto, il Kuwait indulgeva in pratiche come la perforazione di pozzi petroliferi obliqui lungo il confine con l’Iraq, cosa che inevitabilmente spinse l’Iraq all’invasione.

Nonostante la devastazione dell’Iraq portata dai massicci attacchi aerei americani, e nonostante un decennio di sanzioni, la dittatura di Saddam rimase un regime secolare in cui la maggior parte delle persone faceva poco caso ai settarismi. I matrimoni tra sunniti e sciiti erano cosa comune come i matrimoni tra battisti e metodisti in questo paese. La forza che più aveva da obiettare contro questa pace secolare e settaria era al Qaeda, il figlioccio dell’America. Rovesciando Saddam e creando un vuoto di potere, gli Stati Uniti fecero proprio ciò che avrebbe garantito ad al Qaeda la strada verso l’Iraq. Dopo aver sconfitto e dissolto il regime Baath, l’Autorità della Coalizione Provvisoria mise su un suo governo fantoccio organizzato lungo linee settarie, con un asse attorno al quale ruotavano sette religiose invece di partiti ad orientamento ideologico. Questa strategia, basata sul divide et impera, rese molto più facile vendere all’asta il paese alla multinazionale petrolifera Halliburton.

E l’Isis? Bè, quando la resistenza al siriano Assad si trasformò in una vera e propria guerra civile, gli Stati Uniti, assieme ai suoi mandatari come i sauditi (quell’aristocrazia petrolifera a cui apparteneva anche Osama Bin Laden), armarono i ribelli anti-Assad, alcuni dei quali andarono a formare l’Isis, un gruppo sunnita fondamentalista così estremista da essere stato ripudiato dalla stessa al Qaeda.

Dunque, sì, Tony. Tu, Bush e Obama – e tutti gli altri porci che in quest’ultimo secolo hanno usato il mondo come scacchiera – siete la causa di tutto ciò. Questo spargimento di sangue vi appartiene. È roba vostra.

Traduzione di Enrico Sanna

Jaron Lanier, a “propriedade intelectual” e o parasitismo de seu sistema de violência

Aqueles que têm mais de 35 anos aparentemente adoram ouvir que a internet — e os rápidos desenvolvimentos paralelos que ocorreram durante sua existência — foi um erro terrível com problemas gigantescos. É infindável a fila de oportunistas que se organiza para pintar esse espasmo reacionário geracional como voz iluminada da razão.

Dizem que precisamos de elites, que as pessoas que falam sobre injustiças em suas comunidades online já foram longe demais, que os sistemas descentralizados são complicados demais, que Chelsea Manning e os ativistas que se importam com uma internet livre são apenas testas de ferro dos irmãos Koch, etc. Os argumentos são tão absurdos quanto prepotentes. Mas quem se superou mesmo foi Jaron Lanier em uma declaração recente no site Quartz.

Lanier, um engenheiro de software de dreadlocks que ganhou um bocado de dinheiro com a “propriedade intelectual”, agora arrecada dinheiro dizendo para yuppies elitistas que a internet foi uma má ideia. Em seu último artigo ele alega que a solução para a recusa do capitalismo em distribuir a riqueza advinda da automação e para a perda de privacidade que sofremos com plataformas fechadas com o Facebook é — lá vem — a adoção de direitos mais fortes de “propriedade intelectual”.

Além de culpar a perda de privacidade ocasionada pelas ferramentas e leis feitas para defender a propriedade intelectual — além das riquezas absurdas que ela centraliza em ambientes fechados como o Facebook e o Google — na falta de defesa à propriedade intelectual, Lanier também alega que nós descartamos os intermediários da cadeia de informações. Por isso, segundo ele, desapareceram permanentemente os empregos que compunham a maior parte da classe média e, assim, causamos o fracasso da clássica democracia americana.

Mas, francamente, já foi tarde. Tendo crescido em uma família sem teto, eu nunca entendi os apelos emocionados à santidade da classe média. Os horrores da pobreza são certamente mais urgentes. Embora essas lamentações façam sentido se seu objetivo principal for a estabilidade das atrocidades de nossa sociedade existente. Se sua maior prioridade for a manutenção de um grande bloco dopado que tornou os distópicos anos 1950 nos Estados Unidos Possíveis. Se você prefere a estabilidade das relações de poder em vez do alívio do sofrimento daqueles empobrecidos e marginalizados por restrições sistemáticas à liberdade de informação.

A defesa de Lanier do objetivo do sistema de classes do meio do século 20 de garantir que todos tenham empregos de 8 horas por dia ao invés de uma parcela proporcional da riqueza crescente gerada pelo sistema é tão datada e pútrida que é chocante que ele consiga achar uma audiência para ouvi-lo.

A concentração ridiculamente gigantesca de capital é responsável por nossos avanços dramáticos de eficiência não se refletirem em empregos de meio expediente ou em projetos que pagam melhor que trabalhos de tempo integral, porque mantém os lucros exclusivos às elites. A propriedade intelectual e as barreiras sistemáticas ao conhecimento desempenham um papel definitivo na criação de nosso sistema oligárquico. A proposta de Lanier poderia em um mundo não-corrupto garantir uma estabilidade adicional para alguns poucos, mas em qualquer outro mundo jogaria gasolina na fogueira da oligarquia que desola nossa economia.

Todos os seres humanos são intelectualmente criativos de maneiras benéficas a nós, basta que deixemos que tenham o tempo e o espaço para exercerem sua capacidade. Sempre vamos sonhar e descobrir incríveis arranjos conceituais, artísticos e matemáticos. Ao invés de dar o poder a uma pequena elite para perseguir essas paixões em tempo integral por meios escusos, nós devemos defender um mundo de relações de mercado horizontais em que todos recebem o suficiente por menos trabalho, para que possam perseguir suas paixões criativas. E, de qualquer maneira, quem gostaria de viver como “intermediário”, como afirma Lanier? Quem gostaria de viver fazendo trabalho obviamente desnecessário, como parasita em um sistema de violência, censura e vigilância que são aquilo que sustenta a “propriedade intelectual”?

Traduzido para o português por Erick Vasconcelos.