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Not One More. Not Even One.

In the wake of Obama’s big announcement on expanding deferred-action status, I am glad to see something, anything happening at last on immigration. And I am immensely happy for the families that have been able to sleep a little easier the last couple nights. But after millions deported, this so little too late, and it is not nearly enough.

No one should face deportation. Not the families and not the singles. Not the straight immigrants and not the queer immigrants. Not the hard workers and not the no-account. Not the good immigrants, not the bad immigrants.

It doesn’t matter when you got here and it doesn’t matter whether your parents brought you here or whether you came, on your own, for reasons of your own. It doesn’t matter whether you are pure as the driven snow and it doesn’t matter if you couldn’t pass a criminal background check. It doesn’t matter whether you are a gang member. That is absurd. Nobody should be threatened with being shot at the border, thrown out of their home, turned out of their job, cut off from their life, just because of where they were born.

That is ridiculous: of course people should be left alone, free, to live their own lives, without needing a permission slip from the United States government. No one should be threatened with deportation. Not just 400,000 a year (!), not even one more. No human being is illegal. Not one.

Here is a good analysis of who might be helped by expanding deferred-action, and who the president is still throwing under the bus, in the name of respectability politics:

Shared Article from Autostraddle

Obama Rolls Out Plan For Executive Action On Immigration; The St…

Is the President's plan enough? As long as there are people whose lives and families are in the US remain vulnerable to deportation, is not enough, bu…

Maddie @ autostraddle.com


Advocates for immigrant rights and immigration freedom must keep pushing. We can’t stop; we can’t even slow down. This is an important mile-marker but it is not even a victory so much as a very temporary, and very partial reprieve. The goal is a world without borders, without barriers, without checkpoints or papers, without detention or deportation or citizen-privilege. A world where everyone who moves is an undocumented immigrant, because happily there are no border guards left to demand anyone’s documents, and no immigration enforcers left to police people’s residency or citizenship status.

End international apartheid, now and forever.

Also.

Guerra “Civilizzata” Significa Guerra Permanente

È capitato ultimamente che persone all’interno delle forze armate hanno parlato di una carenza di droni che avrebbe rallentato la guerra contro Isis. Questo dopo che il presidente Obama aveva detto che le restrizioni imposte alla guerra condotta con i droni per minimizzare le vittime civili non sarebbero state applicate in Siria e Iraq. Secondo gli analisti, se la carenza di droni costringerà gli Stati Uniti a mandare truppe in Siria e Iraq è facile immaginare che i morti faranno schizzare il reclutamento di Isis alle stelle.

La necessità di espandere la guerra con i droni potrebbe dar luogo a quelle innovazioni che gli specialisti invocano. Secondo loro, l’obiettivo sarebbe la riduzione delle vittime civili. Questo attenuerebbe la voglia di vendetta e rappresaglia.

L’obiettivo è nobile. La parola “nobile”, infatti, non potrebbe descrivere meglio la situazione. Nel 1139, papa Innocenzo II emise una bolla che vietava l’uso della balestra al fine di proteggere la nobiltà europea. A quei tempi, la funzione principale della nobiltà europea era di mettere una forza militare costosa e ben addestrata al servizio dei monarchi. La balestra era un’arma economica, facile da usare e molto potente. Con una settimana di addestramento, un semplice contadino poteva uccidere un cavaliere protetto da una pesante armatura. L’idea che un esercito di contadini potesse decimare forze ben più addestrate fu giudicata anti-cavalleresca. Il bando della balestra fu dunque, nel vero senso della parola, “nobile”.

Similmente, quando si trova davanti forze che adottano strategie e tattiche nuove e diverse dal solito, il potere è pronto a bollare il nemico come incivile. I gruppi di militanti, contadini nel vero senso della parola, non rispettano le teorie della guerra legittima, ritualizzata della Nato. La guerra con i droni è considerata una risposta civile che dà legittimità all’intervento americano banalizzando la natura orribile della guerra stessa. Il fatto, però, è che si continua a terrorizzare le popolazioni locali con attacchi indiscriminati. E il rimedio proposto non è la cessazione della guerra, cosa giudicata impensabile e sconveniente, ma il miglioramento della sua esecuzione.

Sono state fatte tante proposte per limitare le vittime innocenti. Christine Boshuijzen, filosofo che studia la tecnologia, cita le scarse conoscenze tecniche degli ufficiali come causa dei morti civili. Dieuwertje Kuijpers, studente di dottorato, chiede una maggiore responsabilità democratica per la Cia. Gustzi Eiben, che insegna intelligenza artificiale, vorrebbe migliorare i software di riconoscimento facciale e tracciatura dei droni. Arnoud Visser, informatico, pensa che il rimedio sarebbe l’automazione totale di tutto il processo di uccisione, ottenibile programmando i droni con algoritmi in grado di ridurre il margine di errore a livelli accettabili. Molto probabilmente, questi cambiamenti porterebbero ad una riduzione delle morti innocenti. La guerra con i droni sarebbe molto più efficiente. Ma è l’efficienza il vero obiettivo?

Pensate a quanto potrebbe crescere l’arroganza dei militari se avessero il drone perfetto. Con la possibilità di regolare minutamente le relazioni di potere regionali con attacchi di precisione, chiunque anche vagamente sospettato di intenzioni terroristiche potrebbe essere assassinato immediatamente con il tocco sterilizzante e civilizzante di un bottone. Uno sguardo vendicativo in direzione della bandiera a stelle e strisce e la possibile recluta terroristica verrebbe subito individuata e trattata come si deve. Gli algoritmi potrebbero anche decidere quali giovani sono maturi per il reclutamento tra i terroristi e ordinare la decimazione immediata di questi dati numerici.

In questa guerra dei droni, se si vuole andare nella direzione giusta, il prossimo passo è l’abolizione immediata. L’aristocrazia, le élite, combattono queste guerre a distanza contro piccoli gruppi di individui che collaborano tra loro formando reti che cambiano continuamente alleanze. Il campo d’azione di questi individui è la vendetta spicciola, la diatriba tribale, l’estremismo religioso e l’instabilità politica. La soluzione è ovviamente la fine dell’interventismo militare e l’abolizione dello stato bellico.

Traduzione di Enrico Sanna.

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Guerras “civilizadas” são guerras perpétuas

Fontes internas do exército americano recentemente relataram que uma escassez de drones (veículos aéreos não-tripulados) desacelerou a guerra contra o Estado Islâmico (ISIS). Isso ocorreu depois que o presidente Obama afirmou que as restrições impostas às ações militares de drones para minimizar as vítimas civis não serão aplicadas à Síria e ao Iraque. Os analistas concluem que se a falta de drones forçar os EUA a enviarem tropas para a Síria e para o Iraque, podemos esperar que o aumento do número de mortos faça com que o ISIS consiga aumentar exponencialmente o número de recrutamentos. Especialistas em inovação defendem a expansão do papel dos drones em ações militares. Afirmam que seu objetivo seja a redução das mortes de civis, diminuindo as chances de retaliações e vingança.

Seu objetivo é nobre. Na verdade, “nobre” é uma descrição muito precisa: em 1139, o papa Inocêncio II proibiu o uso de bestas (armas mecânicas para atirar flechas) para proteger a posição de nobreza da sociedade europeia. A função primária da nobreza europeia à época era fornecer à realeza soldados caros e bem treinados. A besta era uma arma barata, fácil de utilizar e muito poderosa. Com uma semana de treinamento, um camponês era capaz de matar um cavaleiro de armadura. A ideia de que exércitos de camponeses fossem capazes de dizimar habilidosos soldados era considerada desprovida de cavalheirismo. A proibição da besta era, literalmente, “nobre”.

Quando se deparam com oponentes que adotam estratégias e táticas novas, os poderes estabelecidos rapidamente declaram que seus inimigos são incivilizados. Grupos militantes e camponeses não se encaixam na definição de cavalheiresca da teoria ritualizada da guerra justa da OTAN. Ações com drones são vistas como respostas civilizadas, legitimando o envolvimento dos EUA ao mesmo tempo em que minimizam a natureza cruel da guerra. E assim o terror das populações locais através de ataques indiscriminados com drones continua. O remédio proposto para esse terror não é o fim da guerra — que seria impensável e pouco lucrativo — mas somente melhorar sua execução.

Várias ideias já foram sugeridas para minimizar a quantidade de vítimas inocentes. A filósofa Christine Boshuijzen afirma que oficiais que têm dificuldades em lidar com a tecnologia são uma das razões para as mortes de civis. O doutorando Dieuwertje Kuijpers pede mais transparência democrática para a CIA. O professor de inteligência artificial Gustzi Eiben pretende melhorar o software de reconhecimento e rastreamento de rostos nos drones. O cientista da computação Arnoud Visser declara que a solução é a automatização total do processo de matança através da programação de drones com algoritmos que controlem as margens de erro aceitáveis. Essas mudanças podem, de fato, diminuir o número de mortes de inocentes. A guerra com drones seria muito mais eficiente. Porém, nosso objetivo é ser eficiente?

Nós apenas podemos imaginar como um drone perfeito alimenta a arrogância delirante do exército. Com a capacidade imaginária de microgerenciar as relações de poder regionais através de ataques precisos, qualquer um suspeito de aspirações terroristas poderia ser rapidamente assassinado através de um apertar de botão estéril e civilizado. Um olhar vingativo na direção da bandeira americana e novos recrutamentos de terroristas poderiam ser facilmente encontrados também. Os algoritmos também poderiam decidir quais jovens são mais propensos a se juntarem a organizações terroristas e poderiam dizimar imediatamente esses dados.

O próximo desenvolvimento da guerra com drones é o seu fim. A aristocracia, as elites, lutam guerras de longa distância contra pequenos grupos de indivíduos que cooperam em redes de fidelidade mutantes, pequenas vinganças, ressentimentos tribais, extremismo religioso e instabilidade política. A solução clara é a não-intervenção e a abolição do estado militar.

Traduzido por Erick Vasconcelos.

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Unjust Immigration Law is Not Law

So President Obama is going to defer deportation of five million people without government papers, mostly parents of children whom the government deems citizens or legal permanent residents. Under his executive order, most will get permission to work. Obama will also increase the number of “dreamers” — children brought here illegally by their parents and raised in the United States — who will be made safe from deportation.

What’s wrong with this picture?

I can think of a few things. Why only 5 million? The government estimates that over 11 million persons live in the United States without its “permission.” Obama presumably is focusing on the 5 million because he does not want to see them forcibly separated from their children. Good for him. That’s a worthy motive and objective. So why didn’t he do this years ago? Many families were split up while he dithered and played politics, falsely claiming he had no executive authority to defer deportations.

Moreover, his order does not apply to the parents of the “dreamers,” so he reserves the power to break up those families. Shame, Mr. Obama. All persons without papers should be protected from deportation, for reasons I will soon make clear if they are not clear already.

Also, the deferral of deportations is only temporary. But I guess we can’t blame him for the fact that the next president could vacate his executive order and deport these innocent people.

Another thing wrong is that Obama thinks permission to work is his to bestow. In terms of natural law and objective morality, no one needs permission to engage in production and free exchange. Governments maintain elaborate machinery to keep people from doing those things without permission (licenses and permits), and they have the guns to enforce it. But this power is illegitimate. It doesn’t matter that a majority of the people’s misrepresentatives say otherwise.

It’s admirable that Obama will remove this one barrier to industriousness. I guess he’s doing what he can under the circumstances, but of course he does not favor repeal of the entire rotten immigration apparatus that makes special permission necessary.

We know he would not favor wholesale repeal because he says his order will also increase “border security.” “Border security” is a term that camouflages the gross violation of individual rights entailed by immigration control. Like his political opponents, Obama is a control freak, even if occasionally he supports loosening control.

Most people have a different list of complaints against Obama’s executive order. Republicans and even some Democrats oppose Obama’s unilateral action. It’s not so much the content of the order, they say, but the process. The legislature is supposed to legislate, and the executive is supposed to execute, so they accuse Obama of unconstitutionally legislating and failing to execute. They remind us that Obama previously said he has no authority to do what he’s now doing. Administration people say he is guilty of no contradiction because what he’s doing today is different from what he said he had no authority to do three years ago. His political opponents respond with the equivalent of: “Flapdoodle.” (Why do Republicans and conservatives have no problem with unilateral executive authority to murder people?)

I discount everything both sides are saying. In politics people say — usually with great conviction — whatever is expedient. Time horizons are short, and they have little incentive to strive for consistency, which they surely regard as the “hobgoblin of little minds.”

I also wouldn’t be too concerned with “process.” The language of every law, including the Constitution, is subject to human interpretation, and therefore the rule of law in any political system we observe today is really the law of men and women. As I’ve written before,

It’s not as if the proper interpretation (whatever that may be) can be hardwired somehow to guarantee that legislators, presidents, and judges will act in certain ways, or that the public will demand it. At every point people will be making the interpretive decisions, including the decision over which interpretation is right.

And as Ludwig Wittgenstein wrote, “Any interpretation still hangs in the air along with what it interprets, and cannot give it any support.”

In “The Myth of the Rule of Law,” legal philosopher and libertarian John Hasnas argues that since no legal language is exempt from interpretation, law can’t be determinate. Another legal scholar and libertarian, Randy Barnett, agrees, at least to some extent. He calls law “underdeterminate.”

Predictably, then, as Hasnas writes, there is inevitably a host of

incompatible, contradictory rules and principles…. This means that a logically sound argument can be found for any legal conclusion…. Because the law is made up of contradictory rules that can generate any conclusion, what conclusion one finds will be determined by what conclusion one looks for, i.e., by the hypothesis one decides to test. This will invariably be the one that intuitively “feels” right, the one that is most congruent with one’s antecedent, underlying political and moral beliefs. Thus, legal conclusions are always determined by the normative assumptions of the decisionmaker.… [I]t is impossible to reach an objective decision based solely on the law. This is because the law is always open to interpretation and there is no such thing as a normatively neutral interpretation. The way one interprets the rules of law is always determined by one’s underlying moral and political beliefs.

“The fact is that there is no such thing as a government of law and not people,” Hasnas concludes. “The law is an amalgam of contradictory rules and counter-rules expressed in inherently vague language that can yield a legitimate legal argument for any desired conclusion.” (Also see Hasnas’s “The Depoliticization of Law” [PDF].)

No wonder that one day Obama can find no authority to defer deportation and loads of authority the next. (Although, my friend the libertarian columnist Shikha Dalmia says his current position is has a strong basis in the immigration law. So does Cato’s Ilya Somin.) No wonder Obama’s Republican opponents can insist they are right.

Rather than fall into that thicket, let’s get Lysander Spooner on them all. What counts is liberty, and lex iniusta non est lex — an unjust law is not a law. As Spooner wrote Grover Cleveland in 1886,

Let me then remind you that justice is an immutable, natural principle; and not anything that can be made, unmade, or altered by any human power.… It is also, at all times, and in all places, the supreme law. And being everywhere and always the supreme law, it is necessarily everywhere and always the only law.

So if a president unilaterally acts to protect someone’s liberty, I say bravo, because he is acting according to the natural law. And if a president acts, whether unilaterally or in concert with Congress, to violate liberty, then that president is in violation of the natural law and the people should respond accordingly.

Government interference with the right to move is a violation of the natural law and of individual liberty. It does not matter that such interference was enacted by a majority of both congressional chambers and signed by a president. It is illegal, and even an isolated refusal on the part of a president to enforce an unjust “law” is to be applauded.

(I hope no one thinks the principle of trespass furnishes justification for government control of immigration. The claim that free immigration constitutes “forced association” is nonsense. In a freed society, newcomers would be welcome on the property of many people looking for fellowship, customers, tenants, and services, as well as on nonstate public property.)

I know better than to think that Obama’s executive order is the start of something big. But that is no reason not to rejoice. Because of his action, some human beings won’t be torn from their children by jackbooted immigration thugs. I can’t see how that’s not a good thing.

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Secesionismo brasileño: Sao Paulo contra el Noreste

Después del triunfo del Partido de los Trabajadores con la reelección de Dilma Rousseff vemos el mismo patrón que se ha repetido desde 2006: varias manifestaciones, muchas de ellas ofensivas o xenófobas, de personas en el sudeste y sur de Brasil, especialmente en Sao Paulo, contra la gente del más pobre noreste, que votaron masivamente a favor de Rousseff.

Y puesto que la elección presidencial se decidió por un margen muy pequeño, y teniendo en cuenta también que el electorado de Sao Paulo votó en su mayoría por el candidato opositor Aecio Neves, las voces secesionistas han ganado aun más impulso.

Sin embargo, el secesionismo de Sao Paulo no está vinculado específicamente a los 12 años que el Partido de los Trabajadores ha estado en el poder. Es una idea más antigua, mantenida por diversas razones y pretextos, como la migración del noreste o los impuestos de Sao Paulo que se redistribuyen a otros estados brasileños. A pesar de ser uno de los estados más ricos de la nación, el argumento es que Sao Paulo está estancado por ser parte de Brasil.

Hay, sin embargo, un movimiento secesionista mucho menos conocido: el Movimiento Independiente del Noreste, cuyos argumentos contrastan fuertemente con los ofrecidos por sus homólogos de Sao Paulo. En el artículo “Neocolonialismo Interno Brasileiro e a Questão Nordestina” (“El neocolonialismo interno brasileño y la cuestión del noreste”), Jacques Ribemboim muestra que la explotación económica de Sao Paulo es un mito. Ribemboim sostiene que la lógica de la federación brasileña es la lógica del neocolonialismo interno:

“En el escenario actual, el Sudeste importa mano de obra y materias primas a precios deprimidos (más baratos) y exporta productos manufacturados al noreste a precios altos y protegidos. Así, el nordestino se ve obligado a pagar más por un automóvil o cualquier otro artículo de consumo en el mercado interior en lugar disfrutar de la libre elección en el mercado mundial. En otras palabras, paga un valor de mano de obra adicional al paulista para apuntalar la industria de Sao Paulo”.

El noreste depende del sudeste a causa de un proceso histórico en el que el gobierno central, en su histeria desarrollista, se ha abocado a proteger la industria nacional existente contra cualquier tipo de competencia. La economía está cerrada para beneficio de una industria que se asume representa a todo el país, a pesar de que en realidad se concentra en su mayoría en una pequeña franja del sudeste. La fabricación nacional siempre ha sido principalmente la fabricación de Sao Paulo.

Tendría sentido, por ejemplo, que los estados amazónicos comerciaran con los países andinos dada su proximidad geográfica, pero eso no es posible porque según Brasilia el Mercosur es sagrado.

Por lo tanto, el noreste y la Amazonia han sido perjudicados por los subsidios a favor de Sao Paulo. Estas regiones más pobres han tenido que comprar productos más caros para financiar el supuesto bien público del desarrollo nacional, que en realidad es un esquema de bienestar corporativo para la industria del sureste.

El secesionismo de Sao Paulo se hace la vista gorda ante los subsidios y el proteccionismo denunciados por el secesionismo del noreste.Artículo original publicado por Kevin Carson el 7 de noviembre de 2014.

Artículo original publicado por Valdenor Júnior el 13 de noviembre de 2014.

Traducido por Alan Furth a partir de la traducción al inglés de Erick de Vasconcelos de la versión original en portugués, escrita por Valdenor Júnior.

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Anarchism and Comics: V for Vendetta (Stone Soup Presentation)

Introduction – Defining Comics, Defining Anarchism   Introduction-ception   My name is Nick Ford and I am a huge comic book enthusiast, in other words a huge nerd. I write for the Center for a Stateless Society and edit their Youtube videos and maybe make a buck or two while I’m at it. I consider […]

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A consciência negra e sua luta libertária

Na década de 60, importantes nomes do movimento libertário norte-americano tiveram contato com as mobilizações promovidas pela New Left (“Nova Esquerda”), que se caracterizava, em contraposição à velha esquerda, pela desconfiança dos métodos de organização centralistas e das táticas pró-fortalecimento do estado, e por sua ênfase na inclusão de grupos segregados ou minoritários dentro da elevação do padrão de vida americana, trazendo à tona questões de gênero e de raça, bem como na crítica à militarização da política externa.

A tática da Nova Esquerda era, principalmente, a desobediência civil em massa, a ação direta e a auto-organização das comunidades e vizinhanças com a criação de instituições da sociedade civil paralelas ao estado, catalisando reformas sociais por meio de um ativismo menos capturável pelo establishment. Esses métodos decorriam da desconfiança já citada em relação às instâncias governamentais e à política partidária: como bem destacou o socialista libertário brasileiro Mário Ferreira dos Santos, na política democrática normal, “como sempre sucede, o meio acaba tornando-se mais importan­te que o fim, pois tende a substituí-lo, e a luta emancipadora, tendente para um ideal final, acaba por endeusar os meios” e era isso que a Nova Esquerda pretendia evitar.

À época, Murray Rothbard, conhecido expoente do anarquismo de mercado, esteve em contato com esses grupos e promoveu o diálogo entre o libertarianismo e a Nova Esquerda por meio do jornal “Left and Right: A Journal of Libertarian Thought” (Esquerda e Direita: um jornal do pensamento libertário”). Dentre os textos publicados, o que mais se destaca certamente é “The New Left and Liberty” (“A Nova Esquerda e a Liberdade”), de autoria do próprio Rothbard, demonstrando o quão a filosofia da liberdade individual era inerente aos métodos e motivos da Nova Esquerda.

Nele, Rothbard defende que a noção de democracia participativa da Nova Esquerda seria uma teoria política e organizacional antiautoritária e antiestatista: todo indivíduo, mesmo os mais pobres e os mais humildes, devem ter o direito de controle total sobre as decisões que afetam sua própria vida. Como recentemente destacou Kevin Carson, trata-se de um paradigma econômico e organizacional baseado em redes horizontais e estigmérgicas, onde tudo é feito pelo indivíduo ou grupo mais interessado, motivado e qualificado para a tarefa, sem a espera de permissão, o que abre espaço para que ativistas possam definir por si mesmos o que é importante para as comunidades de que são parte e com que trabalham e decidir como as pautas libertárias se relacionam especificamente a si mesmos.

Com a passagem do Dia da Consciência Negra no Brasil, podemos destacar ainda a descrição de Rothbard do movimento negro americano: essencialmente libertário em método e motivos.

Era o tempo da luta pelos direitos civis, contra a legislação segregacionista que vigia no Sul dos Estados Unidos, que mantinha os negros em situação de dependência e marginalização. Para Rothbard, a velha e a nova esquerda, nessa questão, eram como água e óleo.

A Velha Esquerda defendia reformas políticas, como moradias subsidiadas a negros, subsídios federais à educação, programas estatais de combate à pobreza. O método, portanto, era o lobby político.

A Nova Esquerda preconizava um ativismo militante que girava em torno daqueles assuntos que poderiam ser tratados com desobediência civil de massa: leis de segregação racial, restrições ao direito dos negros de votarem, a disseminada brutalidade policial em direção ao povo negro.

A brutalidade policial era um assunto de especial foco, uma vez que esta era a principal preocupação dos negros norte-americanos do Sul e mesmo dos bairros negros em estados do Norte e do Oeste, muito mais prejudicial às suas perspectivas que a falta de playgrounds ou mesmo a condição habitacional em seus bairros, tendo em vista os abusos de poder e as detenções arbitrárias realizadas por policiais brancos.

Rothbard conclui que, ao focar em áreas no qual um estado governado por brancos oprime as pessoas negras, a Nova Esquerda transformara o movimento negro em um movimento autenticamente libertário.

O mesmo ocorria na questão econômica. A Nova Esquerda corretamente desconfiava das medidas governamentais de renovação urbana: ao invés de aceitar o pretexto de que se tratava de uma reforma para beneficiar as massas, via nelas um programa de remoção forçada dos negros de suas residências para beneficiar os interesses dos setores de construção civil e de imobiliárias. Os programas de “combate à pobreza” eram vistos como uma forma de burocracias e políticos de alto escalão tentarem manipular “de cima para baixo” as perspectivas econômicas dos negros.

Tendo em vista essa descrença na solução estatal, Rothbard mostra que os ativistas da Nova Esquerda trabalhavam dentro das comunidades negras, auxiliando-as a saírem da apatia e as organizando em associações comunitárias de ajuda mútua aos próprios negros empobrecidos, um paradigma semelhante ao que se está renovando atualmente por meio das cooperativas sociais. E sua aplicação prática levou mesmo ao estabelecimento de escolas conhecidas como freedom schools (“escolas da liberdade”), alternativas às escolas públicas governamentais.

Além disso, ao contrário da aceitação acrítica dos antigos sindicatos trabalhistas pela Velha Esquerda, a Nova Esquerda denunciou como sindicatos tinham organizado trabalhadores brancos contra os negros, usando sua influência junto às empresas em para restringir a participação dos negros na força de trabalho e reforçar sua exclusão. Mas isso também não quer dizer que a Nova Esquerda fosse contrária à liberdade sindical: no Mississippi, foi formado um sindicato alternativo para registro de trabalhadores negros, desafiando o monopólio de sindicatos racistas nas negociações com as empresas.

O movimento negro brasileiro defronta-se com alguns desafios similares, ainda que em contextos diferentes, onde muitas das causas têm relação tanto com negros quanto com as demais pessoas de baixa renda que moram em bairros periféricos: brutalidade policial, desapropriações, programas de financiamento habitacional que intensificam o déficit habitacional e a segregação residencial, ausência de reconhecimento do direito de propriedade coletiva da terra de comunidades quilombolas (intensificando conflitos fundiários na Amazônia, por exemplo), ausência do direito de propriedade de moradores de favelas e outras edificações residenciais “irregulares”. Há também uma carga tributária que não somente onera proporcionalmente mais os pobres do que os ricos, como também pune principalmente mulheres e negros em relação aos homens e brancos, e a política cada vez mais repressiva de combate às drogas aumenta a insegurança e os homicídios entre pessoas negras, e a profanação dos cultos afro-brasileiros.

Aqui, a população negra se preocupa com o assistencialismo em duas vias: a “assistência” estatal que quebra vínculos familiares e comunitários, transferindo a responsabilidade pelo bem estar dos indivíduos para o governo; e, duplamente maléfico, o assistencialismo corporativo e à classe média, que oferece subsídios a empresas e a classe média e deprime ainda mais o valor do trabalho dos negros.

Os negros precisam lidar com essas questões. E poderão fazer isso através de uma consciência negra libertária, que se inspire no trabalho da Nova Esquerda.

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Sorpresa: La guerra contra las drogas no tiene nada que ver con las drogas

En la mañana del 6 de noviembre, la Oficina Federal de Investigaciones pregonó su derribo del sitio web Silk Road 2.0 y la detención del presunto operador, Blake Benthall.

Al hacerlo el FBI ha demostrado, una vez más, que la guerra contra las drogas no tiene nada que ver con lo que declaran sus propagandistas. Si la penalización de las drogas es un problema de seguridad pública, si de lo que se trata es de luchar contra los delitos violentos y las pandillas, o prevenir las sobredosis y los envenenamientos, el cierre de Silk Road es una de las cosas más tontas que los federales hayan podido hacer. Silk Road era un mercado seguro y anónimo en el que los compradores y vendedores podían hacer negocios sin el riesgo de la violencia asociada con el comercio callejero. Y gracias al sistema de reputación de los vendedores, los medicamentos vendidos en Silk Road eran mucho más puros y más seguros que sus contrapartes de la calle.

Este es el caso de todos los otros argumentos con los que se vende al público la guerra contra las drogas. Hillary Clinton, en lo que quizá haya sido una de las declaraciones más estúpidas jamás pronunciadas por un ser humano, dijo que la legalización de los narcóticos es una mala idea “porque hay demasiado dinero involucrado”, en referencia, presumiblemente, al lucrativo negocio de las drogas y a los cárteles que luchan por controlarlo.

Pero la razón por la que hay tanto dinero involucrado en el negocio y que incentiva a los cárteles a luchar para controlarlo, es su ilegalidad. Eso es lo que pasa cuando se criminalizan las cosas que la gente quiere comprar: se crean mercados negros con precios mucho más altos que las bandas del crimen organizado luchan por controlar. La prohibición del alcohol creó la cultura gángster de la década de 1920. Ha estado con nosotros desde entonces. Cuando se derogó la Ley Seca, el crimen organizado simplemente pasó a pelear por otros mercados ilegales. Mientras más actividades consensuales y no violentas se ilegalicen, más grande será la parte de la economía cubierta por mercados negros disputados por bandas criminales.

En noticias relacionadas se informa que los cárteles mexicanos de la droga están haciendo menos dinero desde que se legalizó o descriminalizó la marihuana en varios estados de EE.UU. Oh sorpresa.

Quizá la broma más pesada sea que la guerra contra las drogas tiene como propósito reducir el consumo de drogas. Sin duda, muchas personas involucradas en la implementación doméstica de la guerra contra las drogas en realidad creen que esto, pero el la enormidad del aparato burocrático permite que muchas de sus secciones operen independientemente. El tráfico de drogas es una enorme fuente de dinero para las bandas criminales que lo controlan, y ¿adivinen qué? La comunidad de inteligencia de Estados Unidos es una de las mayores bandas criminales de narcotraficantes del mundo, y el comercio mundial de las drogas es una excelente herramienta para recaudar dinero para hacer cosas moralmente repugnantes que no pueden proponer al congreso. Han pasado veinte años desde que el periodista Gary Webb reveló la colusión del gabinete de Reagan con cárteles de la droga en la comercialización de la cocaína en el interior de los Estados Unidos con el objetivo de recaudar dinero para los escuadrones de la muerte derechistas del movimiento de la Contra en Nicaragua – una revelación por la que fue instigado e inducido al suicidio por la comunidad de inteligencia y la prensa de los Estados Unidos.

Ahora nos enteramos de que los EE.UU. está “perdiendo la guerra contra las drogas en Afganistán”. Bueno, obviamente – es una guerra que está diseñada para perderse. Los talibanes fueron tan fáciles de derrocar en el otoño de 2001 porque realmente trataron de acabar con el cultivo de amapola con un grado razonable de éxito. Esto no le cayó bien a la población afgana, que tradicionalmente gana mucho dinero cultivando amapola. Pero la Alianza del Norte – que los Estados Unidos convirtió en el gobierno nacional de Afganistán – era bastante amigable al cultivo de adormidera en su territorio. Cuando los talibanes fueron derrocados, el cultivo de la amapola y la heroína reanudó los niveles normales. Poner a los EE.UU. a cargo de una “guerra contra las drogas en Afganistán” es como poner a Al Capone a cargo de la prohibición del alcohol.

Además, “ganar” la guerra contra las drogas significaría acabar con ella. Y nadie que pertenezca al aparato judicial doméstico de los Estados Unidos va a querer cortar una fuente de miles de millones de ayuda federal y equipos militares, equipos SWAT militarizadas y poderes sin precedentes para la vigilancia y confiscación civil. Es es una guerra destinada a durar para siempre, al igual que la llamada Guerra contra el Terrorismo.

El Estado siempre alienta el pánico moral y las “guerras” en una cosa u otra con el fin de mantenernos temerosos, de manera que le demos más poder sobre nuestras vidas. No creas sus mentiras.

Artículo original publicado por Kevin Carson el 7 de noviembre de 2014.

Traducido del inglés por Alan Furth.

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Power and Property: A Corollary

Download a PDF copy of Grant Mincy’s study Power and Property: A Corollary. The concept of property is widely discussed by social theorists and is a hot button issue within political circles. This is mostly because property is somewhat of an abstract concept. Property is a possession — it belongs to someone or something. Seems simple enough,…

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AEI’s Perry Ignores the Unseen

In his classic essay, What is Seen and What is Not Seen, Frederic Bastiat remarks, “There is only one difference between a bad economist and a good one: The bad economist confines himself to the visible effect; the good economist takes into account both the effect that can be seen and those effects that must be foreseen.” The American Enterprise Institute’s Mark J. Perry finds himself on the “bad” side of Bastiat’s divide.

Perry concludes from a CBO federal income tax report that, “’the rich’ are paying beyond their fair share of the total tax burden, and we might want to start asking if the bottom 60% of ‘net recipient’ households are really paying their fair share.” But there is more to class analysis than taxes. Other government interventions lurk in the background, infecting every economic transaction.

Perry does have a point where federal income taxes are concerned. “After transfer payments, households in the bottom 60% are ‘net recipients’ with negative income tax rates, while only the top two ‘net payer’ income quintiles had positive tax rates after transfers in 2011.” The income tax burden falls heavily on the higher income quintiles.

But the tax code is far from the only factor that determines whether or not a particular quintile pays its “fair share.” To determine this, we need to move beyond vacuous political rhetoric like “fair share.” While greedy politicians endlessly and manipulatively repeat the phrase, it’s unclear what people — including Perry — even mean when they use it.

The economic relationship between the quintiles is the real issue. It’s clear where AEI’s thought leaders stand. They view the relationship between the upper and lower quintiles as one of exploitation, where certain quintiles extract value from the others. They just have the relationship reversed.

In a freed market, the relationship between quintiles (to the extent that they would exist) would be symbiotic, characterized by mutual self-interest and mutual gains. After all, an exchange only happens in a freed market when both parties expect to benefit. People free to dispose of their own property and make their own choices naturally engage in cooperatively advantageous trade.

When coercion enters the picture, the story changes. When force is introduced into a previously voluntary transaction, the relationship becomes one of exploitation rather than mutual benefit. And the fact is that we don’t live in a freed market. We live in a market dominated by state violence.

While the federal tax code is skewed against the rich, the great majority of other government policy has the opposite effect. Most laws that lurk in the background of the economy promote the concentration of economic power in the hands of a few, politically entrenched rich cronies.

Monetary policy rewards the first receivers of new money (big banks) at the expense of everyone else who face higher prices once the new dollars trickle down to them. Intellectual property protects artificial rights and prevents newcomers from competing. Zoning laws, licensing restrictions, safety regulations, capitalization requirements, and other kinds of red tape impede competition and benefit already existing, larger firms at the expense of smaller firms, potential newcomers, start-ups, and alternative forms of employment. The list goes on.

That state is responsible for structural inequality, but tricks free market advocates into blaming the wrong income quintiles with secondary policies (like taxes and transfers). Perry focuses on the seen effects of current tax policy, ignoring the largely unseen effects of other, background government interventions that prevent would-be competition and would-be innovation. Statist cronyism and wealth-concentrating policies continually stifle the would-be free market and far outweigh the effects of after-the-fact taxation.

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